Ana Hernandez: “la pittrice del silenzio”

Per capire a fondo la poetica di Ana Hernandez bisognerebbe salire in cima al tempio di Nettuno e tuffarsi nelle acque cristalline di Paestum, attraversare a nuoto una tradizione lunga più di 1000 km e qualche secolo, baciare la terra di Spagna con la stessa riverenza di uno scopritore colombiano e consumare della buona selvaggina d’Estremadura mentre le cicogne intorno battono il becco. Bisognerebbe fare tutto questo e poi scoprire di non aver fatto neanche un passo. Si, perché la potenza mitica della città greca, la memoria dei secoli incastonata nei fondali marini del Mediterraneo, l’energia vitale della natura spagnola, in particolare della regione d’Estremadura, terra d’origine della pittrice, sono tutte lì, appese ad un muro qualsiasi, con una compostezza che sembra quasi aver giustificato il peso di tante vicende. La verticalità dei Templi greci si tramuta nell’impulso umano alla nobilitazione, il paesaggio si fa oggetto di ricerca metafisica e surrealista, l’umanità si solidifica in una statuaria bellezza femminile o, in altri casi, si disfa nell’ironia di un mucchio di sabbia. Tutto questo nella più umile stanza. Una stanza in cui Ana Hernandez afferra il mondo con un pennello e ne fa sua preda, accatastando l’universo sul filo sottile delle sensazioni. Basta un filo per appendere l’anima del mondo, o quello che il mondo usa per coprirla: i vestiti. E così le spoglie dell’uomo, come scatole vuote, si affastellano sulle tele della pittrice, sottacendo l’impetuoso travaglio dell’esistenza. Un urlo soffocato nel mare del silenzio: questo il senso delle tele che Ana Hernandez, definita appunto “la pittrice del silenzio”, metterà di nuovo in mostra a partire da lunedì 9 per tutta la durata di agosto presso la zona archeologica di Paestum, nelle sale dell’associazione Shunt. Insieme a lei esporranno le loro opere altri grandi maestri dell’arte italiana contemporanea, quali: Gerry Scaccabarozzi, Piero Guccione, Francesco Nesi, Athos Faccincani, Ciro Palumbo, Romano Santarini, Nera d’Auto, Franco Fortunato, Sergio Nardoni, Claudio Giraudo, Dioniso del Grosso, Lucio Diodati.
Prima dell’inizio della mostra, abbiamo ottenuto in esclusiva una breve intervista con la pittrice Ana Hernandez:
Da quanto tempo dipinge?
Ho iniziato da piccolina con mio zio Francisco Hernandez, che all’epoca era già un pittore affermato nella zona. Poi ho studiato arte al Liceo della mia città e in seguito all’Accademia di Belle Arti. A vent’anni mi sono trasferita in Italia, conoscendo dunque un universo, quello pestano, la cui influenza ha incrementato ancora di più la mia passione. Qui inoltre ho avuto diversi consensi e appoggi dagli artisti della zona: in particolare dal compianto Rosario Vairo, che ha subito notato nei miei quadri un forte surrealismo.
Possiamo dire che il genere surrealista è quello al quale maggiormente si sente vicina?
Si, indubbiamente esso ha una grande influenza sulla mia pittura. Infatti in Spagna, nel secolo scorso, il surrealismo ha avuto grande successo e diffusione: basti pensare a Salvator Dalì.
Può citarci qualche altra mostra alla quale ha partecipato?
Ho partecipato a mostre collettive e personali in quasi tutta Italia e oltre: a Paestum, Salerno, Vallo della Lucania, Vietri, Carsoli (Aq), Roma, Firenze. I miei quadri, inoltre, sono stati recensiti da numerosi quotidiani nazionali come “La Repubblica” e “Il mattino” e varie tv locali (Telecolore, Tv Oggi, Rete7).

Oggetto particolare della sua ricerca artistica sono i vestiti: immobili, in movimento, appesi a un filo, senza corpi. Cosa hanno per lei di così affascinante?
Io amo le stoffe. Mi piace vederle appese. Secondo me non c’è niente di più surreale di un balcone al quale sono appesi dei vestiti. Provo delle sensazioni davvero strane quando vedo qualcosa del genere. Inoltre adoro i ricami. Così con la pittura cerco di riprodurre ciò che qualcuno ha davvero ricamato con le mani. E’ come cucire sulla tela con il pennello.
I paesaggi: spagnoli o pestani?
Entrambi. Non riesco a separare i cieli spagnoli dalle acque dell’Italia. E’ un continuo mescolarsi di orizzonti.
Luca Di Bartolomeo
“Cronache del Mezzogiorno” del 09-08-2010
In occasione dell’ultimo appuntamento della XIII edizione del Paestum Festival Classic, una delle manifestazioni culturali di più alto spessore nel panorama artistico cilentano, abbiamo l’onore di intervistare Eugenio Bennato, a Paestum per un concerto dall’esito “movimentato”. Riporto di seguito l’articolo e l’intervista tratti da “Cronache del Mezzogiorno” del 26-07-2010.
