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ago
14
2010
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Ana Hernandez: “la pittrice del silenzio”

Per capire a fondo la poetica di Ana Hernandez bisognerebbe salire in cima al tempio di Nettuno e tuffarsi nelle acque cristalline di Paestum, attraversare a nuoto una tradizione lunga più di 1000 km e qualche secolo, baciare la terra di Spagna con la stessa riverenza di uno scopritore colombiano e consumare della buona selvaggina d’Estremadura mentre le cicogne intorno battono il becco. Bisognerebbe fare tutto questo e poi scoprire di non aver fatto neanche un passo. Si, perché la potenza mitica della città greca, la memoria dei secoli incastonata nei fondali marini del Mediterraneo, l’energia vitale della natura spagnola, in particolare della regione d’Estremadura, terra d’origine della pittrice, sono tutte lì, appese ad un muro qualsiasi, con una compostezza che sembra quasi aver giustificato il peso di tante vicende. La verticalità dei Templi greci si tramuta nell’impulso umano alla nobilitazione, il paesaggio si fa oggetto di ricerca metafisica e surrealista, l’umanità si solidifica in una statuaria bellezza femminile o, in altri casi, si disfa nell’ironia di un mucchio di sabbia. Tutto questo nella più umile stanza. Una stanza in cui Ana Hernandez afferra il mondo con un pennello e ne fa sua preda, accatastando l’universo sul filo sottile delle sensazioni. Basta un filo per appendere l’anima del mondo, o quello che il mondo usa per coprirla: i vestiti. E così le spoglie dell’uomo, come scatole vuote, si affastellano sulle tele della pittrice, sottacendo l’impetuoso travaglio dell’esistenza. Un urlo soffocato nel mare del silenzio: questo il senso delle tele che Ana Hernandez, definita appunto “la pittrice del silenzio”, metterà di nuovo in mostra a partire da lunedì 9 per tutta la durata di agosto presso la zona archeologica di Paestum, nelle sale dell’associazione Shunt. Insieme a lei esporranno le loro opere altri grandi maestri dell’arte italiana contemporanea, quali: Gerry Scaccabarozzi, Piero Guccione, Francesco Nesi, Athos Faccincani, Ciro Palumbo, Romano Santarini, Nera d’Auto, Franco Fortunato, Sergio Nardoni, Claudio Giraudo, Dioniso del Grosso, Lucio Diodati.

Prima dell’inizio della mostra, abbiamo ottenuto in esclusiva una breve intervista con la pittrice Ana Hernandez:

Da quanto tempo dipinge?

Ho iniziato da piccolina con mio zio Francisco Hernandez, che all’epoca era già un pittore affermato nella zona. Poi ho studiato arte al Liceo della mia città e in seguito all’Accademia di Belle Arti. A vent’anni mi sono trasferita in Italia, conoscendo dunque un universo, quello pestano, la cui influenza ha incrementato ancora di più la mia passione. Qui inoltre ho avuto diversi consensi e appoggi dagli artisti della zona: in particolare dal compianto Rosario Vairo, che ha subito notato nei miei quadri un forte surrealismo.

Possiamo dire che il genere surrealista è quello al quale maggiormente si sente vicina?

Si, indubbiamente esso ha una grande influenza sulla mia pittura. Infatti in Spagna, nel secolo scorso, il surrealismo ha avuto grande successo e diffusione: basti pensare a Salvator Dalì.

Può citarci qualche altra mostra alla quale ha partecipato?

Ho partecipato a mostre collettive e personali in quasi tutta Italia e oltre: a Paestum, Salerno, Vallo della Lucania, Vietri, Carsoli (Aq), Roma, Firenze. I miei quadri, inoltre, sono stati recensiti da numerosi quotidiani nazionali come “La Repubblica” e “Il mattino” e varie tv locali (Telecolore, Tv Oggi, Rete7).

Oggetto particolare della sua ricerca artistica sono i vestiti: immobili, in movimento, appesi a un filo, senza corpi. Cosa hanno per lei di così affascinante?

Io amo le stoffe. Mi piace vederle appese. Secondo me non c’è niente di più surreale di un balcone al quale sono appesi dei vestiti. Provo delle sensazioni davvero strane quando vedo qualcosa del genere. Inoltre adoro i ricami. Così con la pittura cerco di riprodurre ciò che qualcuno ha davvero ricamato con le mani. E’ come cucire sulla tela con il pennello.

I paesaggi: spagnoli o pestani?

Entrambi. Non riesco a separare i cieli spagnoli dalle acque dell’Italia. E’ un continuo mescolarsi di orizzonti.

Luca Di Bartolomeo

 

“Cronache del Mezzogiorno” del 09-08-2010

 

Written by cilentoavanti in: Senza categoria |
ago
04
2010
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L’intervista: Eugenio Bennato

In occasione dell’ultimo appuntamento della XIII edizione del Paestum Festival Classic, una delle manifestazioni culturali di più alto spessore nel panorama artistico cilentano, abbiamo l’onore di intervistare Eugenio Bennato, a Paestum per un concerto dall’esito “movimentato”. Riporto di seguito l’articolo e l’intervista tratti da “Cronache del Mezzogiorno” del 26-07-2010.

“Tutti sotto il palco per ballare la taranta: si è concluso così il Paestum Festival Classic giovedì sera. Più di cinquecento gli spettatori che hanno lasciato poltrone e gradinate per accalcarsi festanti ed entusiasti attorno al palco e ballare tutti insieme le canzoni richieste a gran voce. Il motivo? Le irresistibili musiche popolari di Eugenio Bennato, che, in compagnia dell’Orchestra Popolare del Sud, ha conquistato completamente il pubblico pestano e che è stato costretto dagli stessi spettatori a protrarre il concerto oltre la fine prevista fino alla mezzanotte.

“Ninco Nanco”, “Brigante se more”, “Grande Sud”, “Balla la nuova Italia” e tante altre sono state le ballate che hanno suscitato nel pubblico presente un’allegria contagiosa e decretato il successo della serata. Prima dell’inizio di essa però abbiamo incontrato di persona Eugenio Bennato per porgli qualche domanda:  

E’ la prima volta che viene a Paestum?

Paestum fa parte della nostra vita, per questo la conosco. E’ la prima volta, però, che suono nei Templi.  

Cosa significa per un cantautore che, come lei, ha fatto del mito e della tradizione le componenti peculiari della propria musica esibirsi in un luogo, quale Paestum, che in tutta Italia è forse il simbolo più eloquente del mito e della tradizione interculturale del “Grande Sud”?

L’emozione di trovarsi al cospetto della storia dell’antichità è sicuramente un valore aggiunto. La cornice di questo concerto è perciò più che adatta. Lo spettacolo, che s’intitola  “Briganti Emigranti”, racconta infatti delle storie un po’ trasversali, nascoste del Sud. C’è anche un monologo in cui parlo della grande anima del Sud, che è stata avvilita, mortificata dai molti eserciti invasori che sono scesi con l’arroganza dei colonizzatori e hanno cercato di mettere a tacere qualcosa che però ancora sopravvive. E il concerto è una dimostrazione di questo. La mia musica sopravvive a questa storia un po’ maledetta, di cui i protagonisti sono i briganti, cioè coloro che hanno combattuto per la libertà.

Brigantaggio allora, immigrazione oggi: sono temi di cui si sente spesso parlare anche in televisione ma non sempre con toni amorevoli. Nella sua musica però l’immigrazione assume una connotazione originale e la potenzialità dell’intercultura. Può spiegarci il senso di questa potenzialità?

Il valore dell’immigrazione, benché questa ci abbia portato ad aprirci ad orizzonti nuovi, a venire a contatto con culture nuove e nuove musiche, è spesso oggi ancora molto sottovalutato. L’immigrazione invece deve essere considerata una forma di arricchimento soprattutto culturale: oggi in Italia abbiamo la possibilità di confrontarci con gli altri sud del mondo e questo, in musica, si rivela un grande vantaggio. Non a caso parteciperanno al concerto due voci straniere, provenienti dal sud: una dal Maghreb, cioè dal Marocco, e l’altra dall’Africa nera.

Reima Pietilä ha detto: “Dobbiamo lasciare questo XX secolo, dobbiamo andare avanti: torniamo all’anno mille”. Secondo lei il ritorno alla tradizione può costituire il punto di partenza verso il futuro?

Bisogna fare attenzione a interpretare il ritorno alla tradizione. Io credo che la scommessa da vincere sia quella di un’identità culturale che non vada perduta. Un segnale positivo è il fatto che con sempre maggiore passione i giovani si dedichino alla musica delle tammorre, delle chitarre battenti, alle musiche tipiche del Sud. La storia del Sud non deve andare perduta, anzi coniugarsi con il moderno contemporaneo, senza scadere nella forma di una rimpatriata antistorica.

La sua musica, abbiamo detto, predica un ritorno alla ballata popolare, soprattutto napoletana, del ‘500 e ‘600 e ai ritmi salentini della taranta. A questo scopo nel ’98 ha fondato il “Taranta power” e nel 2001 la Scuola di tarantella e danze popolari del Mediterraneo a Bologna. Possiamo dire dunque che è nelle sue intenzioni la creazione di un movimento originale rispetto all’odierno panorama musicale italiano? E se si, questo movimento è destinato a rimanere estraneo alla musica italiana in generale o ha la possibilità e il dovere di influenzarla?

Ormai è un movimento così imponente, che sta già influenzando la musica italiana. Non è più infatti un movimento di èlite, come dimostra (con mia grande gioia) la massiccia partecipazione ai concerti. Ormai i festival del Sud segnano decine di migliaia di spettatori, e questo tipo di musica, nella grande crisi della discografia italiana, appare come tra le poche a non passare mai di moda. E’ un po’ quello che è successo in Spagna nel Novecento con Camaròn de la Islo o Paco de Lucìa: con il diffondersi di una cultura flamenga, è esplosa una musica nuova, che in seguito si è incontrata con le grandi tendenze dell’epoca. Credo che questo possa succedere anche per questa musica di strumenti poveri, ma dalla grande ricchezza poiché legati al passato.

E’ dunque possibile un incontro con altre forme musicali come il rock, o la forma neomelodica, che ritroviamo soprattutto a Napoli? E riguardo Napoli, come vede la situazione musicale della città partenopea?

Napoli è un universo sempre in movimento, vulcanico come il Vesuvio. Su Napoli c’è da dire tutto il bene e tutto il male possibile. A Napoli c’è la volontà di essere originali, mentre in altri luoghi ci si appiattisce sulla musica d’importazione. Il fatto che a Napoli ci sia tanto lavoro in ambito musicale e soprattutto tanta creatività è un segnale positivo. A Napoli esistono realtà emergenti come artisti già affermati. Io stesso, ieri sera, avendo per caso una giornata libera, sono andato a vedere un concerto di Pino Daniele. Devo dire che è stato bellissimo.

Progetti futuri? Può darci qualche anticipazione?

Il progetto “Briganti Emigranti” si inserisce in una convergenza storica: il 150° anniversario dell’unità d’Italia. In questo senso desta molto interesse soprattutto al Nord, perché è contro, spiazzante, come d’altra parte tutta la mia musica a partire dal ’69. Ci sarà dunque una tournée invernale , che spero molto fitta.

Le mie prospettive contingenti però non riguardano solo la tournèe: il mio strano mestiere di cantautore mi spinge continuamente a scrivere. Anche dopo il concerto, chissà, potrei avere l’ispirazione per qualcosa che mi piaccia, qualcosa di nuovo. Avverto di essere stato designato come apripista di un percorso importante, anche se silenzioso: nonostante questo avverto che è consistente, vero. Lo vedo dal legame col pubblico, con quelli che mi seguono.”

Luca Di Bartolomeo

 

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04
2010
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Cilento Avanti

Nasce “Cilento Avanti”, blog di informazione e promozione culturale del territorio cilentano a cura di Luca Di Bartolomeo, studente e collaboratore per Cronache del Mezzogiorno. Questo spazio web è dedicato alla cultura cilentana in tutte le sue forme: cultura tradizionale, occasionale, di passaggio, on the road, alta, bassa, destra, mancina, porta a porta, prêt-à-porter. Cultura interculturale, di scambio, di baratto, in svendita, in promozione, in liquidazione, liquida, solida e gassosa. Cultura con l’ombrellino, per turisti, estiva, senza impegno e iniziativa, cultura seria, seriosa, altera, altezzosa. Cultura verde, ecologica, a basso consumo. Cultura di interessi vari e variegati: letteratura, musica, spettacolo, cinema, sport, manifestazione culturali. Un solo obiettivo: valorizzare l’eccellenza. Tale scopo nasce dalla consapevolezza delle spesso ignorate  risorse che il nostro territorio cilentano offre in forma di talento giovanile e non solo. Premiare il talento, premiare il territorio.

La maggior parte degli articoli pubblicati di volta in volta in questo blog (almeno fino all’arrivo di future e sperate collaborazioni) riprende miei servizi già apparsi su Cronache del Mezzogiorno o altri giornali. Naturalmente sono disponibile (e anche molto felice) a prendere in considerazione qualsiasi aiuto esterno, sia in forma di semplice parere o suggerimento che in forma di collaborazione scritta. Per qualsiasi segnalazione potete comunque inviare una mail al seguente indirizzo:

lucadibartolomeo@live.it

o raggiungermi tramite la pagina contatti.

Avrò detto tutto? In verità non ho detto quasi niente. C’è solo una cosa da dire: Buona lettura!

Luca Di Bartolomeo

 

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